Il Consulente del lavoro con personale dipendente è soggetto all’IRAP

Paga l’IRAP il Consulente del lavoro che sostiene costi per il personale dipendente e per l’ausilio di collaboratori esterni risultanti dalla dichiarazione dei redditi (Corte di cassazione – Sentenza 19 giugno 2013, n. 15325).

La CTR dell’Emilia Romagna respingeva l’appello proposto da una Consulente del lavoro, confermando la sentenza di primo grado che aveva rigettato il ricorso della contribuente avverso la cartella di pagamento relativa all’IRAP per l’anno di imposta 2001.
I giudici territoriali avevano accertato che il reddito della contribuente non potesse essere imputato unicamente al suo lavoro personale ma anche alla presenza di un’autonoma struttura organizzativa in quanto la stessa aveva esercitato la sua attività con l’impiego di personale dipendente e con l’ausilio di collaboratori esterni.
La ricorrente lamentava che il Giudice di appello avesse qualificato, come voci rilevanti ai fini della sussistenza dell’organizzazione necessaria per l’applicazione dell’IRAP, le spese quali costi per il personale dipendente e collaboratori esterni mentre avrebbe dovuto correttamente qualificare tali esborsi come borsa studio tirocinanti e spese per sviluppo software, ovvero costi del tutto privi di significati organizzativi e, quindi, totalmente irrilevanti ai predetti fini.
Al riguardo, la Suprema Corte ha ritenuto che la sentenza impugnata dalla ricorrente, applicando i principi di diritto in tema di IRAP, ha evidenziato, ai fini della configurabilità dei presupposti per l’applicazione dell’imposta, i dati dichiarati dalla stessa. Infatti, i costi per il personale dipendente (e non per l’assegnazione di una borsa di studio alla figlia tirocinante presso lo studio) e per l’ausilio di collaboratori esterni (e non per sviluppo software o elaborazione dati) sono stati indicati nella sua dichiarazione dei redditi.
La Corte ha concluso che queste voci rappresentino costi suscettibili di valutazione, riservata esclusivamente al Giudice di merito, in ordine alla loro attinenza all’organizzazione dell’attività esercitata.
Le doglianze mosse dalla ricorrente alla sentenza, in punto di vizio motivazionale, per omessa valutazione di fatti decisivi non appaiono quindi idonee allo scopo.
Non può, pertanto, ritenersi che la valutazione da parte del Giudice di appello di tali fatti (o meglio, la diversa “qualificazione” dei costi nel senso propugnato dalla ricorrente), avrebbe necessariamente portato ad una ricostruzione fattuale idonea a dare luogo ad una soluzione della controversia diversa da quella adottata in sede di merito.
Piuttosto, le doglianze, nei termini in cui sono state formulate in ricorso, appaiono dirette, nella sostanza, a chiedere, inammissibilmente, a questa Corte di rinnovare le valutazioni circa i fatti di causa che sono riservati al Giudice di merito.
La Corte ha così rigettato il ricorso.