Prestazioni orarie “diverse”: applicazione del regime fiscale agevolato

Con l’interpello n. 21 del 2013 il Ministero del lavoro ha fornito la corretta interpretazione del D.P.C.M. 22 gennaio 2013 che ha disciplinato per il periodo 01.01. 2013 – 31.12.2013 la c.d. retribuzione di produttività.

Il decreto in oggetto ha posto in evidenza lo stretto legame tra l’applicazione del regime fiscale agevolato con l’adozione di misure finalizzate ad una maggiore “efficientazione aziendale” e che “la rispondenza delle voci retributive introdotte alle finalità volute dal Legislatore rappresenta un elemento di esclusiva valutazione da parte della contrattazione collettiva, cosicché l’agevolazione non può ritenersi condizionata ai risultati effettivamente conseguiti”.
In funzione delle citate finalità, il Ministero chiarisce che l’impegno datoriale nella “riorganizzazione del lavoro” attraverso l’applicazione delle misure di “efficientazione aziendale” previste dalla contrattazione territoriale, può realizzarsi o attraverso l’introduzione di misure del tutto nuove o in una diversa modulazione di flessibilità previste dal contratto nazionale. L’adozione di tali misure, quindi, in forza del patto territoriale, non deve costituire necessariamente un elemento di novità in relazione al contratto collettivo nazionale applicato in azienda ma un elemento di novità per le aziende che le applicano.
Con riferimento all’applicazione della agevolazione fiscale anche a patti aziendali precedenti all’emanazione del D.P.C.M. 22 gennaio 2013 e risalenti nel tempo, si afferma che per i contratti sottoscritti in vigenza della previgente disciplina che prevedano l’erogazione di una “retribuzione di produttività” coincidente con una o entrambe le nozioni contenute nel D.P.C.M., sarà possibile l’applicazione dell’agevolazione sin dal 1° gennaio del corrente anno.
In sostanza, in relazione a contratti aziendali, ed eventualmente a contratti territoriali, “pregressi” ma ancora in vigore, è possibile applicare l’agevolazione in esame a condizione di una rispondenza di tutte o alcune delle misure già contenute nei citati contratti con le previsioni del D.P.C.M. Ciò vale anche per i contratti che non abbiano istituito veri e propri premi di produttività o di rendimento, basati sul raggiungimento di obiettivi prefissati, fermo restando che al loro interno siano comunque presenti altre misure che siano risultate e che tuttora risultino idonee a sollecitare una maggiore efficientazione aziendale.
In tali casi, pertanto, è determinante la coerenza dei contenuti di quei patti con le finalità individuate dal D.P.C.M. e occorre che l’autodichiarazione faccia riferimento alla conformità tra i vecchi contratti e la nuova disciplina.
Per quanto concerne “l’indicatore quantitativo del miglioramento della produttività in senso lato”, si precisa che la prima nozione di “retribuzione di produttività” contenuta nel D.P.C.M. fa riferimento a “voci retributive erogate, in esecuzione di contratti, con espresso riferimento ad indicatori quantitativi di produttività/redditività/qualità/efficienza/innovazione” e che proprio il riferimento alla “qualità” o, ancor più, alla “innovazione” consente di sostenere che tali indicatori non costituiscono necessariamente una “fotografia” di un incremento del fatturato aziendale ma è sufficiente che siano comunque suscettibili di una “contabilizzazione” da parte dell’impresa.
Si conclude, quindi, che anche la modifica degli orari aziendali, in quanto oggettivamente identificabile e quantitativamente misurabile, può validamente rispondere alle citate condizioni di legge
.