Cessione del credito, il Tfr non soggiace al limite del quinto

Anche in tema di cessione dei crediti da lavoro va affermato il principio generale della libera cedibilità dei crediti (art. 1260 c.c.), salvo che il loro trasferimento sia espressamente vietato dalla legge o che si tratti di crediti di carattere strettamente personale, intendendosi per tali quelli volti al diretto soddisfacimento di un interesse fisico o morale della persona, per i quali l’incedibilità è sancita in generale a tutela del debitore (Corte di Cassazione, sentenza 17 febbraio 2020, n. 3913)

Una Corte di appello territoriale, nell’ambito di un procedimento di accertamento dell’obbligo del terzo pignorato, intrapreso da un creditore nei confronti della società datrice di lavoro del debitore principale, aveva accertato che detta società era ancora debitrice verso il dipendente di alcune somme a titolo di retribuzioni indebitamente trattenute e del trattamento di fine rapporto. La Corte, in particolare, aveva ritenuto che la progressiva assimilazione legale del trattamento riservato alla tutela degli emolumenti dei dipendenti pubblici a quella dei dipendenti privati, garantiva la loro incedibilità oltre il quinto, anche per quanto concerneva il Tfr, sicché la società datrice di lavoro non poteva pagare al creditore una somma oltre la soglia di un quinto del Tfr maturato. Inoltre, secondo la Corte non era stata raggiunta la prova dell’avvenuto pagamento al creditore di una somma pari al totale delle competenze di fine rapporto maturate.
Ricorre così in Cassazione la società datrice, lamentando “violazione o falsa applicazione delle norme di diritto” (art. 360, n. 3, c.p.c.; art. 52, L. n. 311/2004; L. n. 266/2005; artt. 1, 5 e 52, D.P.R. n. 180/1950), in quanto alla cessione del trattamento di fine rapporto non si applicherebbe il limite del quinto. Di qui, l’irrilevanza della prova che la società abbia pagato al creditore la totalità della somma, in quanto la cessione consensuale del credito determina che il debitore ceduto, dal momento in cui è a conoscenza della cessione, è tenuto per legge a pagare al solo cessionario.
Per la Suprema Corte il ricorso è fondato.
In mancanza di espliciti divieti legali in ordine alla cessione del credito per trattamento di fine rapporto, opera la regola generale (art. 1260 c.c.) che è quella della liberà cedibilità dei crediti, salvo che si tratti di crediti di carattere strettamente personale o il loro trasferimento sia vietato dalla legge (Corte di Cassazione, sentenza n. 4930/2003).
Detti divieti, costituendo appunto eccezione alla regola generale, non possono essere applicati al di fuori dei casi espressamente contemplati (art. 14, delle Disposizioni sulla legge in generale).
Altresì, non è possibile ritenere che il credito del lavoratore in ordine al trattamento di fine rapporto sia di natura strettamente personale, dovendo intendersi per tali quelli volti al diretto soddisfacimento di un interesse fisico o morale della persona, per i quali l’incedibilità è sancita in generale a tutela del debitore.
Tantomeno, la qualificazione di credito strettamente personale può derivare dal fatto che avendo il trattamento di fine rapporto natura di retribuzione differita, a cui deve aggiungersi, secondo costante giurisprudenza, una funzione latamente previdenziale, esso assolve anche ad una funzione alimentare del lavoratore e della sua famiglia, poiché soltanto il credito alimentare che trova la sua fonte nella legge non è cedibile. Peraltro, la funzione alimentare che al trattamento di fine rapporto deriva dalla sua natura retributiva, va riferita soltanto a parte del trattamento ed è anche eventuale.
Infine, ai sensi dell’articolo 52 del D.P.R. 05 gennaio 1950, n. 180/1950, applicabile anche ai crediti di un lavoratore alle dipendenze di azienda privata, sia nel caso di lavoro a tempo indeterminato che a tempo determinato, è espressamente previsto che il limite del quinto non operi per la cessione del trattamento di fine rapporto, fungendo essa da forma di garanzia per l’estinzione del debito contratto dal cedente.